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  Intervista al prof. Lorenzo Ornaghi, Presidente Comitato Scientifico Fondazione A. De Gasperi

Data di pubblicazione: Sabato, 6 Ottobre 2018

TRAGUARDI SOCIALI / n.90 Luglio / Agosto 2018 :: Intervista al prof. Lorenzo Ornaghi, Presidente Comitato Scientifico Fondazione A. De Gasperi

Non appiattiamoci sull’euroscetticismo

Si avvicinano, in una temperie culturale contrassegnata da una progressiva ostilità verso l’Unione Europea, le consultazioni per il rinnovo dell’Europarlamento. Per avere adeguati elementi di giudizio, senza limitarci a una logica reattiva o sloganistica, abbiamo chiesto aiuto al professor Lorenzo Ornaghi, politologo, presidente di Aseri e del Comitato scientifico della Fondazione De Gasperi, già rettore dell’Università Cattolica e ministro della Cultura. Le sue risposte alle nostre domande ci offrono un quadro complessivo delle questioni in campo e indicano la strada per un nuovo protagonismo, nel rilancio dell’ideale europeista, degli europopolari. Non nascondendo gli elementi critici, senza appiattirsi, però, su uno sterile euroscetticismo.

Intervenendo alla presentazione del IX Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân”, intitolato “Europa: la fine delle illusioni”, lei ha sostenuto che “la politica obliqua e pervasiva dell’Unione Europea ha avuto come effetto quello di indebolire le società, molto più fragili adesso che in passato”.
Possiamo, per analogia, dire che questa politica ha anche indebolito la presa positiva dell’ideale europeista? Quest’Unione Europea, detta brutalmente, aiuta od ostacola la costruzione di uno spazio europeo, di una “grande patria Europa”?

La risposta al primo interrogativo è: certamente sì. Prima, però, vorrei chiarire il richiamo alla “politica obliqua e pervasiva” dell’Unione Europea in questi ultimi decenni, affinché non sembri una critica generica o un’osservazione opinabilissima. La ‘pervasività’ la si rileva facilmente, se si prende atto dell’estrema disinvoltura (o dei preoccupanti intendimenti di ‘disciplinamento’ sulla base di particolari presupposti pseudo-culturali, se non ideologici) con cui si è cercato di regolare in modo ‘uniforme’ (e in definitiva di omologare) qualsiasi aspetto della vita sociale dei Paesi europei. Con la pretesa di imporre un unico standard di vita ‘civile’ europea, persino laddove – per esempio negli ambiti della famiglia, dell’insegnamento e dell’educazione, delle relazioni e dei comportamenti inter-individuali – secolari sono le tradizioni e più radicate (e differenti) le convinzioni. Da qui la ‘obliquità’ di una politica che, facendosi scudo o paravento dell’integrazione economica, ha cercato di imprimere dall’alto la spinta a un (impossibile) disciplinamento uniforme delle diverse realtà dei Paesi europei, ciascuno dei quali è invece il figlio della propria storia. Nella congerie di ‘politiche pubbliche’ europee – da quelle più specificamente economiche, a quelle che regolamentano in modo quasi paranoico (ma mai casuale) le minuzie dei ‘prodotti’ alimentari o industriali, sino a quelle sui diritti ‘civili’ – l’idea e gli ideali originari e più belli dell’Europa si sono persi per strada. E l’Unione Europea, anziché essere considerata un’indispensabile e vantaggiosa ‘creatura’ storica alla ricerca di un più rilevante, specifico ordinamento politico, è finita con l’assomigliare troppo a una costruzione artificiale. E con il far sembrare non peregrina la domanda: serve davvero questa realtà cui – con grandi sforzi e fatiche, con risultati alterni, con entusiasmo e sincerità pericolosamente oscillanti – si sta lavorando da più di mezzo secolo, e serve a chi? Ne consegue, e rispondo così al secondo quesito, che per andare avanti nella costruzione di un assetto europeo non sganciato dai popoli che lo devono far vivere, occorre invertire alcune tendenze che si sono purtroppo consolidate. Occorre cioè un nuovo slancio creativo, uno slancio genuinamente ‘politico’.
In più occasioni lei ha posto l’accento e l’allarme sulla crisi delle democrazie. Oggi ci sono movimenti che si dicono autentici rappresentanti dei popoli ma non leggono e abitano le istituzioni secondo la definizione di democrazia che questi decenni ci hanno consegnato. Come dobbiamo leggere, in un’ottica continentale e non meramente ripiegata sull’Italia, questa fase?
Abbiamo quotidianamente dinanzi ai nostri occhi le manifestazioni più vistose dei cambiamenti in atto nelle democrazie contemporanee, e in specie in quelle che davvero sono storicamente le eredi legittime della ‘democrazia dei moderni’, nata poco più di due secoli fa. Il “potere individualizzato”, come efficacemente lo definiva Georges Burdeau sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso, non solo relega tra le quinte il “potere istituzionale”, ma sta anche alterando radicalmente il complesso dei rapporti fra i leader politici e coloro che ne sono sostenitori con differenti gradi di adesione o fiducia. Paghiamo oggi le conseguenze di una domanda di rappresentatività, che – a torto o a ragione – sembra essere stata a lungo rimossa o compressa dai più tradizionali partiti. Solo che il verticale rapporto tra cittadini e “potere individualizzato” rischia di realizzare un incompiuto sogno, già coltivato da parecchi rivoluzionari francesi nei riguardi del nesso ‘Stato-cittadino’. E cioè che nulla e nessuno si deve frapporre – come corpo intermedio, fornito di una sua specifica e insopprimibile funzione rappresentativa – fra chi (temporaneamente) detiene il potere e la società, fra chi governa e chi è governato. La difficoltà o la non volontà di “abitare” (per ripetere l’espressione usata nella domanda) le istituzioni della democrazia secondo le regole e lo stile applicati da più tempo, nasce dalla sovraesposizione, o dal cattivo uso, della rappresentanza politica. La quale – all’insegna del primato assoluto della ‘rappresentatività’ – finisce con l’accamparsi nelle istituzioni da cui principalmente dipende la ‘governabilità’ di un sistema democratico. Il sociologo Rosanvallon ha messo in guardia dal fatto che la cosiddetta anti-politica (che in realtà è essa stessa una forma più accesa di ‘politica’) si rovesci in ‘contro-democrazia’.
Certamente, al momento, non poche delle istituzioni tipiche della ‘democrazia dei moderni’ – soprattutto quelle la cui manutenzione è stata disattenta – stanno conoscendo una serie di modificazioni o alterazioni, a partire dai modi in cui vengono usate o (appunto) abitate dai ‘rappresentanti’ cui è andato il decisivo favore elettorale.

La “qualità della democrazia”, vittima del doppio assalto del populismo e della tecnocrazia, sembra insomma in pericolo.
Sempre in occasione della presentazione, lei evidenziò che “La Dottrina sociale della Chiesa deve aprirsi più di quanto abbia fatto sulle questioni relative alla democrazia, soprattutto quella politica. Perché le difficoltà delle democrazie europee non sono solo questioni sociali, ma sono un tema su cui tutti dovremmo riflettere”. Come può concretizzarsi quest’apertura?


è domanda alquanto impegnativa, cui cerco di rispondere con una sola osservazione del tutto personale. A me pare che oggi, di fronte ai cambiamenti e alle alterazioni della democrazia di cui si è appena detto, sia sempre più urgente che le generali riflessioni su che cosa (di meglio, rispetto alle condizioni attuali) la democrazia potrebbe o dovrebbe diventare vengano affiancate e integrate da una specifica attenzione ai concreti ‘soggetti’ che della democrazia sono non solo passivi fruitori, ma anche (e soprattutto oggi) attivi ‘produttori’. Di nuovo penso, come esempio, a quelli che continuiamo a denominare ‘corpi intermedi’, anche se si sono dislocate e si sono profondamente trasformate le due realtà – Stato e individuo – nel cui mezzo dovrebbero stare. E anche se, va aggiunto, il terreno di ‘intermediazione’ – un tempo popolato solo da questi corpi – è oggi invaso da aggregazioni di interessi frazionalissimi e da gruppi ristretti, che hanno poca o nessuna affinità con i corpi intermedi. Quali sono gli autentici corpi intermedi? Qual è la loro non surrogabile finalità rispetto al perseguimento del bene comune?
Perché sono essenziali non solo a una concezione deontologica della democrazia, ma al suo odierno funzionamento e al rendimento meno incongruo e più soddisfacente delle sue istituzioni? Ecco, questa mi parrebbe un’utile apertura rispetto ad alcuni dei problemi da cui le indebolite società odierne (che, sempre più ‘al plurale’, legittimano ed elettoralmente giudicano la politica) sono sempre più nervosamente assillate.

Forse prodotto di questa crisi profonda, dobbiamo registrare anche lo smarrimento culturale prima che politico delle grandi famiglie politiche europee. Su queste colonne abbiamo spesso proposto riflessioni sulla permanenza di una vitalità dell’europopolarismo, se riesce a riconquistare l’originalità nell’approccio all’attuale contingenza.
Ritiene che questa convinzione sia ragionevole? Se sì, secondo lei, come si può costruire una nuova stagione popolare?


La convinzione è più che ragionevole. Forse proprio per questo motivo la risposta alla domanda su come costruire concretamente una “nuova stagione popolare” non è per nulla facile.
Siamo in una fase in cui la ragionevolezza è sovrastata, e non solo dentro la cabina elettorale, dagli umori più diffusi, pressanti, contagiosi.
Il punto di partenza indispensabile è già indicato nella domanda, e cioè il “riconquistare l’originalità nell’approccio all’attuale contingenza”.
Per farlo, occorrono leader in grado di declinare al presente ciò che costituiva la forza dell’appello ai «liberi e forti» e del programma di don Sturzo. Una “nuova stagione popolare”, proprio perché spunta nel pesante periodo attuale, deve saper annunciare giorni migliori. E migliori perché, guardando alle reali necessità della vita dei popoli europei, finalmente si lasciano alle spalle le diatribe tardo-ideologiche di questi ultimi decenni, le infondate o false contrapposizioni fra le esigenze nazionali e quelle dell’Europa, ogni ingabbiamento dentro un’idea di Europa tanto più freddamente schematica (e scarsamente amabile), quanto più simile a una costruzione imposta. E poco importa se imposta da leader nazionali, che l’hanno usata o la usano soprattutto in chiave funzionale al mantenimento del proprio potere, o da ristretti gruppi di élite economiche e burocratiche.

La Fondazione De Gasperi, di cui presiede il Comitato scientifico, anche in tempi recenti, ha lavorato per mettere in risalto lo sguardo europeo dello statista trentino.
Che cosa della sua visione può venire in aiuto oggi a chi vuole dare un contributo affinché l’ideale europeista non scompaia? Se, citando una sua espressione, “L’idea dell’Unione europea è stata straordinaria, grazie a personalità politiche e cristiane del dopoguerra come De Gasperi”, cosa è urgente si faccia perché torni ad esserlo?

Rispondo, semplicemente, con una citazione: «Davanti ad un avvenire così oscuro, come non soccombere alla tentazione di rifugiarsi nel passato? Come impedire agli uomini di pensare con nostalgia alle soluzioni arcaiche del buon tempo antico se non facendo appello a tutte le risorse del Cristianesimo, la cui età dell’oro non sta nel passato ma nell’avvenire? Non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo, né come individuo né come collettività, non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio lavora non solo nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli. Solo il Cristianesimo, nobilitandoci per le conquiste future, può impedirci di essere presi da un’impazienza brutale di fronte alle lentezze dell’uomo. Privo della pazienza misericordiosa del Cristianesimo, l’uomo non sa più dominarsi (…)». è una citazione tratta da un bellissimo e attualissimo discorso intitolato Le basi morali della democrazia (si presti attenzione all’aggettivo), che Alcide De Gasperi tenne a Bruxelles il 20 novembre 1948.
I «Quaderni Degasperiani» della Fondazione lo hanno di recente ripubblicato. Se una tale riflessione diventasse una sorta di preghiera mattutina e serale per chi, in quanto cristiano e da cristiano, intende lavorare all’idea europea e per il futuro dei popoli d’Europa, ci sarebbe già un lungo passo in avanti nella direzione auspicata.

Una domanda molto più legata alla contingenza elettorale. A maggio torneremo al voto per l’Europarlamento: chi non vuole arrendersi all’irrilevanza dei cattolici in politica a chi può rivolgersi? Nel nostro Paese, ad esempio, c’è spazio per una forza politica che presidii il campo popolare?

Ritengo che una tale opportunità ci sia. Il problema, pratico e però fondamentale, è come tradurre lo spazio delle ragionevoli intenzioni di non pochi cittadini (e anche dei loro eventuali ripensamenti rispetto alle intenzioni manifestate ieri) in uno spazio ‘elettorale’, non vanificato dal sistema proporzionale di voto né polverizzato da quella che sarà la fortissima polarizzazione tra (per dire così) fautori e accesi oppositori dell’Europa quale essa, oggi, è o più comunemente viene rappresentata. Far comprendere l’importanza del «campo popolare» per l’incombente domani di noi tutti è la condizione inaggirabile per qualunque forza intenda (da sola o in collegamento con altre forze politiche) rappresentarlo. Il voto di maggio – è previsione sin troppo facile – sarà davvero uno di quei crocevia destinati a entrare, e a restare a lungo, nei libri di storia.

Marco Margrita
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