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  Parla Gigi De Palo, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari

Data di pubblicazione: Sabato, 1 Giugno 2019

TRAGUARDI SOCIALI / n.94 Maggio / Giugno 2019 :: Parla Gigi De Palo, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari

La famiglia e i ritardi ultraquarantennali della politica

Gigi De Palo, dal 2015 alla guida del Forum delle Associazioni Familiari, di cui è il Presidente, ha fatto delle tante battaglie in difesa della famiglia il leit motiv del suo impegno sociale e politico (sebbene non abbia mai avuto tessere di partito, ci tiene a sottolinearlo). Giornalista, scrittore e cattolico convinto, nonché uomo impegnato nelle istituzioni, Gigi De Palo è soprattutto padre attento di cinque figli (dei quali uno down). Lui, che dal 2001 indossa i sandali per ricordarsi di lavorare ogni giorno per la pace, è probabilmente l’uomo giusto al posto giusto per tentare di restituire alla famiglia la dignità che decenni di politiche miopi le hanno tolto.

Le politiche familiari continuano ad essere il grande assente nel panorama italiano. Welfare ai minimi livelli, politiche fiscali inadeguate, crisi economica e valoriale, disoccupazione: tutto sembra congiurare contro l’istituzione familiare. E intanto secondo l’Istat una famiglia su 5 in Italia riesce a sbarcare il lunario solo grazie all’aiuto dei nonni. Come venirne fuori?
Da quando sono presidente del Forum Famiglie non ho mai smesso di lavorare, parlare, incontrare persone, istituzioni, famiglie, associazioni, con l’obiettivo di gettare semi di speranza e di cambiamento rispetto al ritardo ultraquarantennale che, purtroppo, ci portiamo dietro in Italia su questo fronte. Devo dire che spesso capita di avere la tentazione di restare delusi, soprattutto dopo aver coltivato con fiducia l’obiettivo di ottenere dei riscontri concreti. Ma poi, come sempre, mi dico che l’importante intanto è seminare: non fa nulla se non sarò io a raccogliere i frutti di questa semina. Decisivo è non smettere mai di continuare questa paziente opera. Sono personalmente convinto che se tutti sapremo continuare e perseverare nel sollecitare e nel pungolare le istituzioni – quelle comunali, regionali e nazionali, ciascuno nel suo ambito – affinché si rendano conto della decisività della famiglia, dei figli e di adeguate politiche familiari per cambiare in meglio il nostro Paese, senza smettere di farlo anche dopo qualche battuta d’arresto o nonostante le endemiche difficoltà nel ‘fare rete’ in tal senso, prima o poi riusciremo a invertire la rotta e a creare una sensibilità nuova non soltanto nelle figure politiche e istituzionali, ma in tutta la società. E quella sarà la vera svolta.

Come è stata accolta la proposta avanzata dal Forum delle Associazioni Familiari di istituire un Ministero ad hoc per la famiglia? I tempi della politica sono maturi, secondo lei, perché si affermi una nuova visione?
Innanzitutto, posso dire che la nascita di questo ministero è una piccola vittoria del Forum: dell’azione costante con cui abbiamo incalzato le istituzioni affinché esso potesse vedere la luce. Non nascondo che avremmo preferito di gran lunga fosse un ministero ‘con portafoglio’. Nonostante questo, comunque, quel presidio istituzionale e tutto ciò che lo circonda e ne consegue può rendere più orientato il dibattito sui temi che c’interessano, così da generare anche a livello della pubblica opinione un interesse, una curiosità e una sensibilità maggiori rispetto alle ‘questioni familiari’ che stanno tanto a cuore al Forum e non solo. La visione nuova sarà compiutamente tale solo quando quel ministero sarà in grado davvero di ascoltare il grido delle associazioni, dei movimenti, delle reti di famiglie e di dare loro le risposte strutturali che chiedono da anni.

Il primo effetto di decenni di scelte politiche penalizzanti per la famiglia, è stato la crescita a dismisura del tasso di denatalità. Fare un figlio è un lusso, tant’è che secondo l’Istat nel 2065 il numero dei morti in Italia sarà il doppio di quello dei nuovi nati. La preoccupa tutto questo?
è un dato di fatto che dovrebbe preoccupare non solo me o il Forum delle associazioni familiari, ma tutto il Paese. Dietro il crollo della natalità, infatti, c’è il rischio sempre più vicino di default economico, di insostenibilità del nostro sistema previdenziale – con le pensioni che presto non potranno più essere pagate da futuri lavoratori che non ci sono – e il crack del servizio sanitario nazionale universalistico e gratuito così come lo abbiamo conosciuto. Insomma, l’intero Welfare State che è stato costruito dai nostri nonni è a rischio chiusura. Per questo, a volte, sono stupito del fatto che – poiché sembra sempre che la famiglia come ‘ammortizzatore sociale’ per eccellenza, anche sul fronte delle difficoltà economiche e dei problemi di salute di un caro sia in grado di reggere e di fare da risorsa sussidiaria – nessuno pare rendersi conto dell’esplosività del problema. Siamo in guerra, in Italia ogni anno sparisce una città delle dimensioni di Reggio Emilia. E chi può davvero decidere di attestarsi nella Storia il merito di aver invertito la rotta appare ancora troppo sordo agli scricchiolii del terremoto imminente. Eppure, l’inverno sta arrivando…

Quando l’assenza di politiche di sostegno alla famiglia si coniuga con sviste madornali, ne nasce un mix pericolosissimo. è di questi giorni la notizia della sua denuncia, rimbalzata dal programma tv Le Iene, secondo cui “Gli assegni destinati ai nuclei familiari risultano dal 2013 più bassi di quanto dovrebbero essere e ogni mese mancherebbe circa il 20%”. In sostanza sarebbe scomparso dagli stanziamenti in bilancio più di un miliardo di euro l’anno, per un totale di sei miliardi e 163 milioni di euro in sei anni. Piove sul bagnato?
Il problema, più che economico, è politico. I contributi che sono stati prelevati da tutte le tipologie di lavoratori dipendenti – single, genitori, lavoratori sposati senza figli – sarebbero dovuti essere indirizzati infatti a finalità di sostegno alle famiglie. Comprendo bene il disappunto di chi sostiene che l’INPS, come ente solidaristico, ha facoltà di dirottare i fondi avanzati da un ‘bacino’ su un altro che ne ha maggior necessità. Tuttavia, pongo due questioni chiare. Uno: se si scrive e si dice che quei fondi vengono sottratti ai lavoratori dipendenti ‘per sostenere le famiglie’ e poi vanno ad altro, siano le pensioni, la NASPI o altro ancora, non c’è qualcosa che non funziona nel sistema? Inoltre, sono cinque anni che sento ripetere dai governi che si sono succeduti che “sarebbe bello e importante aiutare le famiglie, ma i soldi per potenziare le politiche familiari purtroppo non ci sono”… poi, però, si salvano le banche, si decidono misure ‘elettoralistiche’ a pioggia come gli 80 euro o il reddito di cittadinanza, si proteggono le imprese con la flat tax…perché, allora, questi soldi non vengono restituiti a coloro per i quali erano stati accantonati? Un po’ come se si facesse una colletta per i bambini poveri dell’Africa e poi un sesto del denaro raccolto venisse impiegato per finanziare un evento in Svizzera…come la prenderebbero quelli che hanno versato la propria quota?

Il ruolo fondamentale dei corpi intermedi nell’intercettare e rappresentare le esigenze della società civile ha subito in questi anni pesanti contraccolpi. Con buona pace di principi cardine della nostra democrazia, come la partecipazione, la solidarietà e la sussidiarietà. Cosa ne pensa?
Ero, sono e resto fortemente convinto che le uniche realtà capaci ancora di fare la differenza nel Paese e nella nostra società siano proprio i corpi intermedi. Quelli che ogni giorno si spendono, spesso senza alcun tornaconto o anche soltanto un ‘rimborso’ personale, per gli altri, per le persone più in difficoltà, per coloro i quali anche le istituzioni dello Stato, a volte, sembrano dimenticare. Ecco: nonostante le difficoltà recenti nella valorizzazione e nella comunicazione del lavoro e dei meriti che questi corpi intermedi continuano ad avere in Italia, credo che il futuro del nostro Paese sarà migliore soltanto se non smetteremo di credere in essi, di farne parte, ma soprattutto di dare la vita per ciò in cui crediamo. Perché è la differenza che passa tra l’essere protagonisti di una pagina politica, economica o sociale, per quanto possa essere importante, e il passare alla Storia: quest’ultima condizione si verifica sempre e soltanto dopo aver cambiato davvero le cose. Ed è possibile unicamente dando la vita per ciò in cui si crede. Nonostante tutto.

Fiammetta Sagliocca
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