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  Salpiamo insieme verso il futuro del MCL

Data di pubblicazione: Martedì, 22 Gennaio 2019

TRAGUARDI SOCIALI / n.92 Gennaio / Febbraio 2019 :: Salpiamo insieme verso il futuro del MCL

Intervista con il Presidente del MCL, Carlo Costalli

In un quinquennio che ha visto cambiamenti epocali, non solo e non tanto sullo scenario domestico quanto su quello globale, pur non portandoci fuori dalla crisi che sta modificando i paradigmi e non dando un punto d’approdo stabile alla grande trasformazione del lavoro in cui ancora siamo immersi, il MCL può rivendicare di aver provato a comprendere e agire, non disertando dalla sfida di farsi presenza prossima e capace di risposte, in questo contesto fluido, nel solco della Dottrina sociale”. Il presidente nazionale del MCL, Carlo Costalli, inserisce in questa cornice la valutazione del percorso compiuto dal Movimento che, ancora una volta, ha dimostrato di essere una realtà ecclesiale viva e sempre più radicata nella società, già dalla sua riconferma alla guida del Movimento, nel XII Congresso, sino ad oggi.
Mentre il treno di un nuovo Congresso, da tempo sui binari di partenza con la celebrazione delle assise territoriali e regionali, è in dirittura d’arrivo nella stazione rappresentata dall’Assise congressuale nazionale - all’Ergife Palace Hotel di Roma, dal 25 al 27 gennaio – Carlo Costalli ci riceve con cordialità nel suo ufficio, sottraendosi alle molte incombenze dell’immediata vigilia congressuale, e accettando la sfida di tracciare con noi un bilancio. “A patto che non si fissi lo sguardo sul passato, ma ci si aiuti a traguardare al futuro”, premette. Puntualizza, infatti, che “è una certa ‘nostalgia del futuro’ che ha sempre dato al MCL quella capacità di vivere il presente con realismo profetico”.

A pochi giorni dall’arrivo nella Capitale dei delegati nazionali, e proprio in quanto si evidenzia una dimensione di edificazione del domani, non possiamo non partire dal titolo-tema del Congresso. “Forti della nostra identità, attraverso il lavoro, costruttori di speranza in Italia e in Europa”: ci sono un bel po’ di parole in questo titolo… non ritiene che il loro senso complessivo confligga non poco con lo spirito dei tempi?
Vero, a volte per essere davvero presenti alle sfide del proprio tempo tocca essere ‘incontemporanei’. Non si può non partire dall’identità per costruire un autentico protagonismo e una speranza fondata, radicata e praticabile. Il lavoro, poi, rimane il grande spazio in cui l’uomo attua la propria vocazione creativa. Non a caso, guardando al sempre maggior attivismo delle organizzazioni datoriali e dei lavoratori nel denunciare i limiti di visione dell’attuale governo, ho utilizzato l’espressione “civismo dei produttori”: c’è una dimensione politica del lavoro che non sta tanto nella rivendicazione di diritti quanto nella presa di coscienza di come esso sia strumento che dinamizza la società, evitandole una fin troppo scontata condanna al rancore e alla paura. Infine, l’ideale europeo che per noi è ‘non negoziabile’: ciò non significa un’arroccata difesa dello status quo, anzi…
c’è più di qualcosa da cambiare in quest’Europa, ma… lo si può fare solo dall’interno. I corpi intermedi, assumendo una prospettiva e una dimensione continentale, nel nostro caso rivitalizzando la tradizione europopolare, possono innescare dei processi di autentico cambiamento.

“Innescare processi”, un’espressione caratteristica di Papa Francesco. Proprio l’udienza col Pontefice, nel gennaio di tre anni fa, è stato uno dei momenti forti della vita recente del MCL. In quell’occasione, il Santo Padre indicò tre parole-guida: educazione, condivisione e testimonianza. Come queste parole hanno segnato l’azione, tanto a livello locale quanto a quello centrale, del Movimento, che al magistero economico e politico del Papa ha dimostrato di porre molta attenzione?
L’incontro con il Pontefice ha segnato una delle pagine più significative della nostra storia recente: un momento che ha rinvigorito e corroborato il nostro essere un Movimento per la gente, che si nutre di azioni concrete e di opere. Di realtà che innescano, appunto, processi.
Del resto, come si legge nella lettera dell’apostolo Giacomo: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere?
(…) Mostrami la tua fede senza le opere e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede (…). Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto alla sua fede. Infatti, come il corpo senzalo spirito è mostro, così anche la fede senza le opere è morta”. Ecco, questo è in sintesi è il modo in cui il MCL vive nel mondo come soggetto cristiano e fatto ecclesiale. Partendo da una visione dell’uomo e del lavoro che rimetta al centro la persona umana, fonda la sua essenza sull’indispensabile contributo dei cattolici che, oggi, possono davvero nella condivisione rivitalizzare il popolarismo.
Il caldo incoraggiamento di Papa Francesco ci ha indotti, quale Movimento cattolico di popolo, a impegnarci con ancor maggiore entusiasmo in un percorso di formazione, di riscoperta del territorio, di valorizzazione dei Circoli di base e della rete dei servizi alla persona in stretto coordinamento fra loro, in una logica di ampliamento del nostro contributo alla costruzione di cittadinanza, come risposta ai bisogni delle persone e come modello di sussidiarietà da realizzare con progetti multiformi.

Dall’aspetto ecclesiale a quello sociale. In quest’ultimo decennio si è fatta sempre più radicale una narrazione volta a imporre la prospettiva di una progressiva disintermediazione, con lo smantellamento dei corpi intermedi. In direzione ostinata e contraria rispetto a questa spogliazione della persona dalle sue appartenenze, lei e il MCL avete sempre opposto una difesa creativa della loro importanza. Anche la presa di posizione molto forte per il No al referendum costituzionale, che non ha visto molto altre realtà cattoliche così chiaramente attive, aveva questo significato. Non una difesa passatista o reazionaria, ma consapevole del potenziale di futuro e di qualità della democrazia rappresentato dalle persone associate e dalle comunità. Come debbono, quindi, ripensarsi i corpi intermedi per rispondere a questo clima di avversione?
Non c’è dubbio che il periodo storico che stiamo attraversando, pesantemente condizionato dallo strapotere delle tecnologie e da un eccesso di individualismo, imponga un profondo ripensamento delle forme di convivenza civile: ripensamento che necessariamente non potrà prescindere da un’attenta revisione del rapporto fra istituzioni e società civile al fine di ripensare spazi e luoghi di dialogo, di confronto, di solidarietà e di sussidiarietà. Un confronto che non può annichilire, piuttosto deve diversamente valorizzare, le forze della società civile organizzata. Disegno che vede perniciosamente convergenti populismi (vecchi e nuovi) e i fautori della tecnocrazia.
La politica, nella sua cieca rincorsa ad un modello (utopico) di semplificazione, costruito sulla destrutturazione delle aggregazioni sociali in favore di un mondo interconnesso e disintermediato, sta con ciò abdicando al suo primario progetto di realizzazione del bene comune e di rappresentazione degli interessi collettivi.
Ricostruire una rinnovata dimensione intermedia e nuovi luoghi in cui dare sostanza e voce alle istanze che vengono dal basso, significa colmare la distanza che si è creata fra i cittadini e il Palazzo, significa ridare voce alle famiglie, a quell’ampio civismo che resta un patrimonio del nostro Paese, che non può essere messo tra parentesi o criminalizzato, come ha mirabilmente messo in luce il presidente Mattarella nel suo discorso di Capodanno. A nostro avviso, l’unica risposta plausibile che questo nostro tempo può dare alla crisi di fiducia che dilaga nelle maglie della nostra società è riscoprire il valore della rappresentanza per ricostruire un tessuto sociale sano e partecipe. In questo senso siamo sempre più convinti di aver fatto bene a esprimere con forza e schiettezza il nostro “no da riformatori” al referendum costituzionale.

Guardando alla politica, in questi ultimi mesi, anche alla luce dell’appello del Presidente della Cei, Cardinal Gualtiero Bassetti, in molti nel mondo cattolico sono tornati a porre a tema una questione che lei e pochi altri non hanno mai smesso di considerare: quello della presenza politica incidente dei credenti. Con Giancarlo Cesana ha promosso un appello in vista delle consultazioni europee (Si all’Europa, per farla), quali possibilità di ricomposizione tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” vede possibili, nel breve e nel lungo periodo?
In questo periodo di grande confusione noi del MCL riteniamo assolutamente prioritario riaffermare la necessità che il mondo cattolico riscopra il carattere essenziale della presenza pubblica nell’esperienza di fede. Essere ‘Chiesa in uscita’ significa, infatti, anche assumerci la responsabilità di portare all’interno delle istituzioni e negli apparati normativi, burocratici e amministrativi che hanno responsabilità di governo, quei valori fondamentali della vita, della famiglia, del lavoro, della solidarietà. Significa insomma ‘metterci la faccia’, lavorare sul territorio per dare voce alle istanze che vengono dal basso.
Va in questa direzione anche l’appello che, insieme a Giancarlo Cesana, abbiamo presentato in vista delle prossime elezioni al Parlamento Europeo: un passo in avanti per vivere attivamente e concretamente la responsabilità della cosa pubblica, per salvaguardare e sviluppare i luoghi della partecipazione e del confronto, senza i quali non può esistere una vera democrazia. E’ il nostro contributo di cattolici, ma anche di cittadini italiani ed europei, per far sì che l’Europa dei Popoli si riappropri delle proprie radici recuperando lo spirito dei Padri costituenti.

A proposito, ancora, c’è anche la dimensione mediterranea dell’Europa e l’Europa dei Balcani, cui non sempre si prestano le giuste attenzioni, ma il MCL anche in questo va in controtendenza con uno storico attivismo su questi fronti...
Si e direi che questo è uno dei nostri più bei fiori all’occhiello: un impegno che ci ha visti protagonisti in questi anni. L’Europa deve respirare con i suoi due polmoni - Est e Ovest - e questo può avvenire solo dando ascolto all’istanza di maggior integrazione dei Balcani con l’Unione Europea, a partire dalle reti sociali transnazionali. In quelle nazioni, dove non abbiamo mai fatto mancare la nostra presenza, ci ricordano che Europa unità è un altro nome della pace.
Non diversamente, nel solco della miglior visione di politica estera italiana, dobbiamo vedere il Mediterraneo come un tessuto connettivo e non come un confine da rendere invalicabile (ciò non vuol dire che sul tema dell’immigrazione non si debbano considerare le esigenze di sicurezza e fattibilità dell’integrazione).
Di qui il nostro impegno in diversi progetti di cooperazione internazionale: per promuovere la tutela dei diritti umani e l’accesso al cibo e all’energia, come avviene in Africa, o per offrire aiuto alla Chiesa che soffre come in Terra Santa o in Eritrea, o, ancora, per promuovere un futuro di dialogo e di pace come a Sarajevo e in tutti i Balcani. Senza dimenticare gli importanti progetti educativi che vedono il nostro Movimento coinvolto in prima linea come per l’Università Cattolica a Madaba, in Giordania, o in Moldavia, o in Romania, dove recentemente abbiamo aperto una nuova sede MCL per combattere l’esclusione sociale e la povertà che ancora condizionano la vita nelle periferie.
Abbiamo lavorato molto su questi temi, insomma, e abbiamo assoluta intenzione di continuare a farlo.
Un dialogo davvero a tutto campo, che testimonia una volta di più l’intelligenza delle cose che un movimento di popolo può sviluppare, la comprensione realistica che può conquistare partendo dall’osservazione più che dal ragionamento, dall’esperienza concreta di ragioni evidenti per agire. Il MCL e il suo presidente si confermano fedeli al motto “nel mondo, perché cristiani”.

Marco Margrita
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