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  Mons. Naro, il ricordo del Cardinale Camillo Ruini

Data di pubblicazione: Mercoledì, 15 Marzo 2017

TRAGUARDI SOCIALI / n.83 Marzo / Aprile 2017 :: Mons. Naro, il ricordo del Cardinale Camillo Ruini

A dieci anni dalla scomparsa di Mons. Cataldo Naro

Sabato 28 gennaio, nell’Auditorium San Giovanni XXIII del Seminario Minore di Roma, nei pressi della Città del Vaticano, si è tenuta una giornata di studio dedicata alla figura di Mons.Cataldo Naro - arcivescovo di Monreale e prima ancora preside della Facoltà Teologica di Sicilia, oltre che direttore del Centro Studi sulla Cooperazione “A. Cammarata”, scomparso all’improvviso nel settembre 2006 - per celebrarne il decimo anniversario della morte e per ricordarne il profilo spirituale, il ministero pastorale, l’impegno intellettuale, l’attività culturale.
A parlare, come unico relatore, è stato il Card.Camillo Ruini, vicario emerito del Papa per la diocesi di Roma e presidente emerito della Cei, col quale Mons. Naro aveva collaborato negli anni in cui era stato consulente storico del Progetto Culturale promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana e guidato dallo stesso Card. Ruini. Il tema che ha svolto portava il seguente titolo: «L’applicazione fedele della lezione conciliare: una riflessione del decennale della morte di Mons. Cataldo Naro, a partire dal suo libro La posta in gioco è alta. Rinnovamento spirituale e riforma pastorale », libro uscito postumo soltanto qualche mese fa e che ripropone numerosi articoli apparsi negli ultimi tre decenni del Novecento su alcuni periodici siciliani, in cui Mons. Naro era solito pubblicare le sue riflessioni su problemi ecclesiali e su fatti di vita sociale e politica.
Il Card. Ruini, rileggendo il volume di Mons.Naro, ha fatto emergere alcune coordinate molto importanti della vicenda del presule siciliano, vale a dire il suo consapevole interesse verso dimensioni varie della presenza dei cattolici nella storia contemporanea d’Italia. Tra queste, in particolare, la dimensione politica, alla cui interpretazione Mons. Naro si dedicava per promuovere un cattolicesimo e una vita ecclesiale che, mantenendo i loro tratti peculiari, non si chiudessero alla vita della società italiana né si confondessero con alcune sue parziali espressioni.
Difatti, come ha rilevato il card. Ruini, nel libro di Mons. Naro è dato un congruo spazio anche a quella che negli anni Settanta era chiamata “promozione umana”. Naro studiava a tal proposito l’esperienza delle casse rurali che hanno operato assai efficacemente nella linea dell’enciclica Rerum novarum, costituendo, nella storia siciliana in particolare, un esempio di intraprendenza cristiana e di intelligente capacità di applicazione alla realtà locale dell’insegnamento sociale della Chiesa. Nondimeno, ha notato il Card. Ruini, Naro sottolineava in maniera chiara e penetrante i limiti del discorso della promozione umana. In concreto la difficoltà di darle una vera qualità teologica e un’autentica dimensione pastorale. I due termini “evangelizzazione” e “promozione umana” sono rimasti per troppo tempo soltanto giustapposti: specialmente in Sicilia i vescovi e il clero, nell’ultimo scorcio del XX Secolo, avocavano a sé l’impegno dell’evangelizzazione, mentre i laici accettavano la delega a occuparsi della promozione umana in forza delle loro competenze nell’ambito dell’economia e della politica. Ma ciò non è coerente con il messaggio del Concilio Vaticano II, che punta semmai all’integrazione, anzi “alla coimplicazione reciproca dei due fattori in gioco”. Per conseguenza il tema della promozione umana si è esaurito infruttuosamente.
Non sono terminati invece, ovviamente, i problemi relativi ai rapporti tra Chiesa e politica.
Negli ultimi anni Novanta si sono verificate novità grandi e inattese riguardo a quello che era il partito di riferimento dei cattolici italiani dalla fine della seconda guerra mondiale, la Democrazia Cristiana. Questo partito, che aveva costituito per quasi quarant’anni l’architrave della politica italiana, ha subìto un improvviso tracollo, cessando rapidamente di esistere, senza che sorgesse qualche nuova formazione politica in grado di surrogarlo come riferimento dei cattolici italiani. Naro si interrogava su questo fenomeno, individuandone i vari aspetti, i rischi e le potenzialità, a livello sia nazionale sia locale. Una prima annotazione ch’egli faceva era che, come sottolineato dallo storico Gabriele De Rosa, la crisi della Democrazia Cristiana ha anche una radice nella diminuzione dell’influsso formativo esercitato dalla Chiesa in Italia: ciò non toglie, chiaramente, che le cause principali della crisi, che coinvolse non solo la DC ma pure tutti i partiti dell’area di governo, risalissero a ragioni politiche ed etiche interne al mondo politico, e anche al rapporto tra politica e magistratura. Già nel 1993 Naro comprendeva, inoltre, che si andava delineando la fine delle precedenti forme storiche dell’impegno politico dei cattolici in Italia e si creava lo spazio effettivo per una loro pluralità partitica, sulla base di una più piena valorizzazione del compito dei laici nella sfera civile: con l’importante conseguenza di evitare - meglio che nel passato - il coinvolgimento della gerarchia ecclesiastica nelle posizioni e scelte politiche dei cattolici. Da qui l’attenzione di Naro, sottolineata dal Card. Ruini, nei confronti di quelle formazioni politiche che nacquero in quel contesto e che sono poi rapidamente scomparse.
Tra di esse, per esempio, la Rete, che ha avuto origine in Sicilia ad opera di Leoluca Orlando e del gesuita Ennio Pintacuda. Sebbene nata all’interno dell’area cattolica, la Rete non concepiva se stessa come una forza politica di ispirazione cristiana, nella linea inaugurata proprio in Sicilia da don Luigi Sturzo con il Partito Popolare: riteneva infatti finito il tempo nel quale i cattolici potevano operare nella società con propri progetti e strumenti politici. Il compito che la Rete si proponeva era invece quello di animare dall’interno l’intera sinistra, trasformandola nel polo progressista della nuova democrazia italiana. Naro, però, collegava questo disegno alla “profezia” di Antonio Gramsci sul suicidio politico del cattolicesimo democratico.
In quegli anni il Card. Ruini, come lui stesso ha ricordato, era presidente della Cei e si trovava a rappresentare le posizioni della Chiesa italiana alla fine del periodo dell’unità politica dei cattolici e poi negli anni della transizione, che possiamo considerare conclusa, almeno a livello concettuale, con il Convegno di Palermo del novembre 1995 e con il discorso famoso che vi tenne Giovanni Paolo II. In quel periodo all’unità partitica e organizzativa si sostituiva una forma di unità, o forse meglio di convergenza, nuova rispetto a prima, che consisteva nel comune impegno per alcuni contenuti ritenuti irrinunciabili per i cattolici, alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa e, si può aggiungere, di una corretta concezione dell’uomo. Naro, nel 1993, vedendo alcuni parlamentari democristiani siciliani che, rimanendo tali, avevano dato la propria adesione al Partito Radicale, sottolineava come i radicali rappresentassero, nella storia italiana degli ultimi decenni, “una cultura per tanti versi alternativa a quella dei cattolici”: anticipava così la necessità che i cattolici mantenessero una sostanziale unità almeno sul piano culturale. A distanza di vent’anni - ha concluso il Card. Ruini - si deve certamente constatare come la linea indicata al Convegno di Palermo si sia rivelata di difficile realizzazione. Sembra però che, rinunciando anche all’unità su alcuni contenuti, i cattolici si condannino all’irrilevanza, come purtroppo oggi in Italia spesso avviene.

Massimo Naro
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