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  L’Italia, Repubblica fondata sul rancore

Data di pubblicazione: Martedì, 22 Maggio 2018

TRAGUARDI SOCIALI / n.89 Maggio / Giugno 2018 :: L’Italia, Repubblica fondata sul rancore

Politica e società

L’Italia è una Repubblica fondata sul rancore. Altro che lavoro, responsabilità, bene comune, solidarietà, onestà-tà-tà…Triste dirlo, ma vero. Prendere atto che la vita pubblica del nostro Paese (e non solo quella) è oggi segnata dal rancore, vuol dire innanzitutto fare spazio nelle coscienze personali-comunitarie-collettive a un sano principio di realtà.
E soprattutto interrogarsi sulle proprie di responsabilità e su come costruire il futuro di tutti.
Il rancore, dunque, sembra essere la miscela esplosiva dei rapporti sociali, al punto da divenire un elemento costitutivo della lotta politica.
Quando la contesa politica non ne divenga essa stessa il principale propellente.
Di sicuro, possiamo dire che c’è una data nella nostra vita nazionale che fotografa emblematicamente l’irruzione del rancore nella vita pubblica del Secondo Dopoguerra. Era il 30 aprile del 1993, esattamente 25 anni fa, e il leader socialista Bettino Craxi, detto il Cinghialone per i suoi modi decisionisti, fu colpito da una pioggia di monetine all’uscita dall’Hotel Raphael, sua residenza romana. Quell’episodio, più di ogni altro, può essere considerato il battesimo della Seconda Repubblica.
Una Repubblica che nacque da una crisi di legittimità della forma partito. Intere classi dirigenti eredi del secondo Dopoguerra furono spazzate via da Tangentopoli e Mani Pulite (insieme con i partiti che avevano radici popolari, socialiste e comuniste piantate nel Novecento) e nuove forze apparvero sulla scena pubblica. La fortuna elettorale subito premiò le forze anti-sistema che avevano nel rancore verso la vecchia politica il loro asse portante. Dalla Lega Nord di Umberto Bossi, passando per l’Italia dei Valori del magistrato Antonio Di Pietro e sino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, questo è il filo conduttore: il rancore verso la politica e anche verso le classi dirigenti che si raggruma nel voto anti-sistema e anti-politico.
Il tarlo dell’anti-politica si è dunque insinuato in profondità. Cosicché ogni tentativo di rinnovare la vita pubblica, da quel momento in poi, ha dovuto cavalcare le stesse modalità: delegittimazione anche personale dei politici, partendo dal presupposto che tutti sono disonesti o meglio, per dirla con un potente magistrato della Repubblica, “non esistono politici innocenti ma colpevoli su cui non sono state raccolte le prove”. E’ questa la migliore sintesi del giustizialismo che ha segnato profondamente la vita pubblica e ha determinato la fortuna di tutte quelle forze, soprattutto populiste, che hanno rovesciato la prospettiva: se tutti i politici sono corrotti (e perciò destinatari del rancore popolare), una nuova formazione politica non può che puntare sull’onestà come elemento fondante.
E al tempo stesso, chi meglio dei semplici cittadini estranei alla vita politica può interpretare, a prescindere dalla competenza, dall’esperienza e dalla capacità di governare, questa aspirazione all’onestà assoluta?
Ma noi tutti sappiamo che questa visione idilliaca è già stata smentita più volte dalla realtà, poiché la società civile non è per statuto migliore della politica, anzi quest’ultima ne è spesso solo il prodotto. Vizi e limiti compresi.
Ultimo approdo: un modello di democrazia diretta a trazione digitale che si fonda su una narrazione pubblica criminogena, in cui lo stesso Stato è descritto come la sentina di tutti i delitti più aberranti. Una narrazione pubblica in base alla quale quanti occupano posizioni di responsabilità sono comunque degli approfittatori, quanti sono riusciti a migliorare la propria condizione economica sono certamente scesi a compromessi indicibili, quanti esercitano l’intermediazione sociale e culturale sono inequivocabilmente dei manipolatori, quanti accettano le regole dell’economia di mercato sono degli sfruttatori, quanti si oppongono alle proposte più o meno sensate dei nuovi “politici” sono traditori dei cittadini.
Quante volte abbiamo sentito e subito affermazioni irragionevoli, eppure abbiamo voltato lo sguardo altrove, mentre quella predicazione millenaristica prendeva corpo nella coscienza popolare? Al punto da fare del rancore lo stigma della vita pubblica? Insomma, una predicazione volta a costruire una sorta di guerra civile strisciante e permanente del popolo contro le sue classi dirigenti, a prescindere da una seria valutazione di meriti e responsabilità. Che sono – ricordiamolo bene – sempre personali. Ci si può dunque stupire se la XVIII Legislatura, nasca nel segno del rancore traboccante dalle urne? A noi spetta la responsabilità di affermare che il rancore non ha diritto di asilo nell’orizzonte del bene comune. E scelte guidate dal rancore non possono che crearne di nuovo e sempre più pericoloso.
Quindi, se si vuole dare un futuro al nostro Paese, occorre una grande operazione di riconciliazione nazionale. E’ già accaduto nel Secondo Dopoguerra, quando la nascente Repubblica italiana seppe chiudere definitivamente i conti con i protagonisti e i fiancheggiatori del Fascismo, le cui responsabilità (anche penali e non solo politiche e morali) erano di gran lunga superiori a quelle dei presunti colpevoli delle attuali difficoltà del Paese.
Ma se i rancorosi (alimentati dai giustizialisti di professione) resteranno maggioranza? Allora occorrerà costruire al più presto una diga democratica.
E i cattolici dovranno essere in prima fila soprattutto sul fronte educativo e sociale, sempre che la smettano di muoversi come minoranza spaurita e rassegnata all’irrilevanza.

Domenico Delle Foglie
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