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  Dagli elettori di Torino un segnale di sfiducia al M5S

Data di pubblicazione: Martedì, 13 Marzo 2018

TRAGUARDI SOCIALI / n.88 Marzo / Aprile 2018 :: Dagli elettori di Torino un segnale di sfiducia al M5S

Guardare con attenzione a Torino
per comprendere le contraddizioni

Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa”. Con il suo gusto per il paradosso, così Umberto Eco evidenziava la particolarità del capoluogo subalpino. Questa sentenza è stata richiamata in un significativo libro di Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, uscito qualche anno fa, dall’eloquente titolo “Il mistero di Torino: Due ipotesi su una capitale incompresa”.
Torino, metropoli alpina, non più (o assai diversamente da un tempo) factory town, si dibatte (non sempre con aplomb sabaudo) alla ricerca di una nuova vocazione, di un modo nuovo di declinare la propria specificità. Incompresa, in questa fase, non solo al di fuori ma anche all’interno della cinta daziaria.
Politicamente parlando, quello che fu “il villaggio di Asterix del centrosinistra” (copyright Sergio Chiamparino, sindaco acclamatissimo all’epoca dell’egemonia berlusconiana sul Belpaese) è passato, alle amministrative di circa due anni fa, sotto la guida pentastellata. Gli antipatizzanti hanno spesso parlato di quel villaggio come di una realtà intrappolata nelle “gabbie” di una ben noto “sistema”.
Specie nelle periferie, ma anche per quel centrodestra mai davvero capace di proporre un’altra idea di città, che l’hanno scelta in massa al ballottaggio, Chiara Appendino (grillina del salotto buono) è sembrata l’alternativa praticabile a un Piero Fassino emblematico simbolo, roba più d’immagine che di sostanza, di un circuito relazione con molti interessi imbellettati dal “politicamente corretto”. Un esempio su tutti: la nomina di Marco Giusta, l’ex-presidente dell’Arcigay locale, ad assessore “alle Famiglie” (l’attenzione al plurale che può apparire singolare solo a chi non conosce la potenza distorsiva della neolingua).
Passati due anni di sostanziale inazione, con qualche grana di bilancio (con responsabilità da condividere con chi l’ha preceduta per un ventennio di governo ininterrotto) e con lo sfregio dei fattacci di piazza San Carlo, alle Politiche del 4 marzo, gli elettori hanno inviato un segnale di sfiducia: il trionfante Movimento 5 Stelle non conquista nemmeno un collegio uninominale in Torino città, con una flessione anche sul consenso delle scorse consultazioni per il Parlamento.
Chiara Appendino ha a lungo goduto di “buona stampa”, rispetto a Virginia Raggi, considerata “quella brava”. Perché ha cercato subito una “pacificazione” con i poteri forti, ma anche adagiandosi sulla riproposizione del “radicalismo di massa” e dei suoi “falsi miti di progresso”.
In un certo senso ha largamente anticipato (un test della Casaleggio & Asssociati?) la strategia che Luigi Di Maio ha portatoavanti negli ultimi mesi e ancora sta attuando.
Senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa”?
In questo senso, si potrebbe trovare una conferma all’assunto di Eco: non avrebbe potuto/dovuto assistere al camuffamento governista del populismo, ma - visto che in questa città le lezioni s’imparano abbastanza in fretta, in fondo - ci sarebbero stati ancora più consensi a una proposta impolitica ma politicista.
La normalizzazione (il Movimento 5 Stelle è, di fatto, non meno del renzismo, una delle forme del “partito del governo”) passerà anche dalla furbesca accettazione di una nuova candidatura olimpica di Torino (per i Giochi invernali del 2026) che sarà il definitivo “ingresso in società” per “il partito di un’azienda” che può assumere qualunque identità e idea non possedendone in fondo alcuna.
Guardare con attenzione a Torino, realtà in cui la grande trasformazione del lavoro ha avuto e ancora avrà un impatto decisamente rilevante, può essere importante per comprendere meglio le contraddizioni, in altre realtà camuffate dall’astuzia o dall’assoluta incompetenza, dei possessori e utilizzatori di un brand che non sembrano avere altro scopo che la conquista del potere. Magari per scoprire di non sapere bene cosa farsene, così finendo per diventare strumento in mano di astute lobbies camaleontiche.

Marco Magrita
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